Jul 2
.sulla croce.
Dalle braccia di un amore
nelle braccia di un altro
mi ha salvato dal morire sulla croce
un signore raro che disegna scarabocchi
e scrive verità pungenti e nere
ed è molto più gentile dell’ultimo
molto molto più gentile
e a letto è altrettanto bravo. addirittura migliore..
migliore
non è piacevole essere messi in croce e lasciati là ..

è molto più piacevole dimenticare un amore che
non funziona
come ogni amore
alla fine
non.funziona.
è molto più piacevole far l’amore
sopra i suoi vinili
nella sua casa tutta bianca. e dopo
stare a letto. seduti.
e bere del buon vino. chiacchierare e toccarsi
fumare
ascoltare il rumore che fa il suo naso storto quando russa..
sono morta troppe volte
credendo e aspettando. aspettando
in una stanza
fissando il soffitto scalcinato
aspettando il telefono. una lettera. un colpo all’uscio. uno squillo..
impazzendo
mentre lui scopava con sconosciute adolescenti nel divano del suo studio..
dalle braccia di un amore
nelle braccia di un altro
non è piacevole morire sulla croce
è molto più piacevole sentire il tuo nome sussurrato
nel buio
Mar 31
.Repulsion.
La macchina da presa di Polanski mi rinchiude di nuovo fra quattro mura..
Entro nelle stanze, striscio all’altezza dei pavimenti, scivolo lungo le pareti alla ricerca dei segni della nevrosi..

Secondo lungometraggio del regista dopo “Il Coltello dell’acqua”, Repulsion viene considerato dalla stampa inglese uno dei migliori film britannici degli anni sessanta, e il primo thriller/horror di classe.
Repulsion è la storia di una nevrosi: Polanski prende il clima ipnotico di “Psycho” di Hitchcock e ne fa uno studio sulla pazzia progressiva del suo personaggio principale: la biondissima Carole, interpretata splendidamente da Catherine Denevue, che si rinchiude in un appartamento di un quartiere di Londra, distaccandosi lentamente dalla realtà esteriore per penetrare sempre più in quella della mente.
Poche le scene girate all’aperto, che non fanno altro che sottolineare magistralmente il senso di distacco, d’isolamento, di alienazione della protagonista.
La brezza di londra accarezza i lunghi capelli di una Deneuve che cammina assente, come in stato catatonico, nella quotidianeità della città . Dal centro estetico dove lavora alla casa dove impazzisce. I suoni e le immagini della strada, messi di fianco allo sguardo smorto di Carole, risultano tutt’altro che familiari, e infatti ci riportano subito all’universo rinchiuso dell’appartamento.
Carole è timiddissima, introversa, quasi autistica, sessualmente repressa, al punto di provare un odio viscerale per gli uomini. Condivide l’appartamento con la sorella che è tutto il contrario di lei: espansiva, estroversa e piuttosto libertina. I declino comincia quando quest’ultima decide di partire per un viaggio con il suo amante sposato, lasciando Carole da sola in casa. Da qui inizia la lenta e progressiva disintegrazione della sua fragile mente.

Passa le ore ad osservare le crepe sui muri e per la strada, che non sono altro che i simboli della frammentazione psicotica del suo Io, in una deriva schizofrenica, inizia a confondere la realtà con l’immaginazione, si chiude sempre più in sé stessa. Trancia un dito a una cliente del centro estetico dove lavora, e la visione del sangue che scorre la sconvlge del tutto.
Non esce più di casa, si rintana come se il mondo le fosse ostile, come un animale braccato. Alterna stati di catatonia a stati di allucinazione. Un coniglio spellato che marcisce in salotto fa pensare ad un feto morto che scandisce il passare del tempo e riflette la propria decomposizione mentale. Nella sua camera da letto entrano stupratori immaginari, arrivati direttamente da un trauma infantile subito accennato ma mai rivelato fino in fondo.

Dal corridoio della sua casa delle mani viscose la afferrano, il telefono squilla incessantemente finchè lei non ne taglia il filo, eliminando così l’ultimo contatto con la realtà . Anche la sua mania per l’ordine e la pulizia vengono a meno, trasformando la casa in un luogo insalubre e malsano, che riflette alla perfezione il suo stato mentale.

Al di là delle speculazioni psicanalitiche, di certo abbiamo il lavoro tecnico di Polanski e del direttore alla fotografia Gilbert Taylor, i quali, fondendo realtà e allucinazioni, aumentano esponenzialmente il senso di paranoia e psicosi trame l’uso di lunghi silenzi, di immagini distorte e del grandangolo in modo da interpretare visivamente il disagio di Carole. L’appartamento in cui tutto si svolge assume, grazie al lavoro tecnico, la forma della coscienza della ragazza.
Ottimo l’uso degli effetti sonori alienanti e ripetitivi che spesso si vanno a sostituire ai dialoghi: l’eliminazione del sonoro in certe scene e la sovrapposizione dell’incessante ticchettio dell’orologio, le campane del convento vicino, il campanello della porta, lo squillare del telefono risuonano con tale violenza aumentare grandemente lo stato di disagio nello spettatore.
Un thriller psicologico unico, abilissimo nel mettere in luce la progressione della follia e della paranoia verso le sue estreme conseguenze.
La mente di Carole infatti si disintegra sotto i nostri occhi fino a quando la pazzia la consuma al punto da trasformarla in un guscio vuoto, in una bellissima bambola inerte.
L’appartamento di Repulsion è la strapolazione fisica della mente di Carole.
Nello spazio chiuso dell’appartamento, dalle pareti sottili e mutanti, Polanski ha messo in scena il confronto angoscioso dell’io con l’altro da sè: il sesso, il male, il doppio.
L’ambiente è il protagonista, si fonde con l’individuo come in tutto il cinema vero, e ci risucchia letteralmente fino a lasciarci ormai svuotati, come Carole, alla fine, quasi senza vita..
7 commentsMar 24
.l’instant décisif.
nuvole sul grigio
posso arrivare dove voglio
o restare sospesa nel TeMPo
nell’attesa
di TuTTo o NieNTe
una scatola high-tech che ancora non contiene un segreto
apro il copercchio e scivoli nel mio letto
senza sapere chi sono
senza sapere chi sei
taci
mi piace che il tuo silenzio non mi sussurri bugie
attraverso le tue palpebre chiuse magari puoi vedere dove non riesco
o forse ti provoca vertigine affacciarti al mio abisso
taccio
non voglio che le ombre della mia voce oscurino il tuo viso
attraverso la tua bocca semiaperta magari potrei arrivare dove ho paura
o forse è meglio per una volta restare a guardare da lontano
respiri sotto le mie dita
e il tuo alito non avvelena la mia insonnia
dalle tue labbra fredde spunta il profilo fievole dei tuoi denti
deliziosamente storti
che non mi graffieranno il collo
potresti semplicemente avermi cantato una ninnananna
però sei rimasto senza voce
e io con la voglia di..
non sai
che fermare il TeMPo è
quasi
quasi
un delitto?

apri gli occhi
e le lancette trascinano di nuovo i minuti
dagli altoparlanti annunciano il mio volo verso nessuna parte
resto rannicchiata in posizione orizzontale e accanto a me rimane soltanto
il profilo vuoto del tuo corpo che non pesa..
[l’instant décisif est celui qui précède le désir]
No commentsMar 7
.trapped in the waiting line.
“Se le dai tempo. alla vita. lei si rigira in un modo strano. inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. E’ lì che salta tutto. non c’è verso di scappare. più ti agiti più si ingarbuglia la rete. più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi. io ho iniziato a desiderare. con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non puoi nemmeno immaginare..â€

ti desidero
inseguo il tuo odore
senza salvezza
faccio un passo. poi un altro..
ti cammino vicino ma resto comunque a una distanza inversamente proporzionale alla voglia di te
di stringerti
di ucciderti
faccio un passo in più..
mi schianto contro il muro invisibile delle cose irrisolte che ti porti attaccato al culo
scusami. amore
non ho visto la linea d’attesa che hai disegnato vicino al tuo cazzo con scritto “attendi il tuo turnoâ€
resterò qui. ad aspettare l’ora sporca tra la notte e l’alba in cui le brave bambine vanno a dormire e quelle come me iniziano a vivere. o morire
spreco il mio tempo
tanto qui niente è reale
solo il sonno è più profondo e gli incubi più vividi
Feb 26
.astronomic obsession of your universe confinement.
Un telescopio
conficcato nella tua pupilla
per guardare attraverso e vedere
dove non mi farai arrivare mai
nient’altro
[solo il bisogno di essere più vicina a ciò che è più lontano]
Feb 25
.there never will have been flowers.
Una conclusione avanza invisibile come una malattia
la bara passeggera mi culla attraverso le strade di nebbia delle tue disattenzioni
mentre sullo schermo lcd passano
un nostro vecchio porno dove scopavamo come svergognati cometa che sfrecciano troppo vicino al sole seguito da
un video amatoriale sulla cerimonia lentamente pianificata dove le tue urla si sposano con le mie lacrime x finire con
un documentale molto istruttivo su come imparare ad essere morti
la mia mente si decompone alla deriva lottando contro gradi di resistenza più o meno densa del tuo sperma
divento microscopica a me stessa quando non mi guardi
i disegni geometrici delle tue labbra quando mi baci percepiscono lo spazio del mio corpo con una rassicurante familiarità che predica suicidio
il sesso è una menzogna. un saluto infinito. un ordine ubbidito
un respiro inserito a forza nella pelle
uno squarcio in espansione una volta a settimana
un universo in contrazione composto della stessa urgenza di succhiare e sputare kilometri di pelle tiepida in nastri di parole che sono al massimo un effetto collaterale della mia stessa respirazione
le emozioni crollano nello stesso istante in cui sono concepite e ti cadono addosso come dolciastra pioggia di cera semisciolta
ho una fine del mondo ma non un metodo preciso per arrivarci che corrisponda a questo lentissimo strisciare via da questo trasudante e gonfio pianeta che è il tuo cazzo.
scusa.. amore
parlare è mentire con una musica bellissima
scrivere è strappare luce ambrata dal tuo collo e dall’inguine con le mie labbra
i denti cariati delle stelle infliggono vergognose spirali di desiderio nelle tue pupille.
le mie riflettono una vita di contenzione che durerà fino a quando chiuderai per sempre i tuoi occhi tirannici e io.forse.mi risveglierò
la tua fame incontenibile distrugge profondità di campo
la nitidezza diminuisce gradualmente
o semplicemente io non sono il soggetto principale
qualcuno sta per essere sconfitto ora
probabilmente sono sempre io..
mentre questo imprudente cielo blu mi attraversa il corpo sento
l’attraente incapacità di credere o non credere
l’invitante carezza di una malattia estinta
fino a che una astratta teoria potrà sollevare la mia sofferenza
guiderò la mia bianca bara all’appuntamento attraverso l’immensa fiancata di questo nuovo universo asessuale in lotta su un mare coagulato di lividi che guariscono lentamente da una quietudine senza senso
i coltelli sono in cucina
il primo a sapere sarà l’ultimo a sapere nello specchio rovesciato di queste parole
Jan 30
il NuLLa
cerco una corda grossa
e impicco le mie viscere
alle travi in cucina
non verrai mai a cercarmi
ma se un giorno
attraversi quella porta
troverai
il NuLLa
e forse
appiccicato alle suole delle tue scarpe
a punta
i resti marci
del mio amore viscerale
che ancora sgocciola
fino a sparire
[ Is this your goal, your final deeds
Where dogs and vultures eat?]
Jan 14
Buffalo ‘66
Dopo dieci anni dalla sua uscita nelle sale, l’altra sera ho finalmente guardato un film che all’epoca mi era inspiegabilmente sfuggito e che ho però subito amato.
Scritto, sceneggiato, diretto e recitato da un eclettico Vincent Gallo, all’esordio alla regia, mescolando giuste dosi di rabbia e ironia, Buffalo ‘66 si trova a metà strada tra il “Pulp Fiction” di Tarantino e il “Grande Lebowski” dei fratelli Coen.
Questa storia ha inizio il 29.12.1966 a Buffalo (New York), sede della squadra di football più sbeffeggiata degli Stati Uniti giorno in cui viene alla luce Billy Brown, un bambino nato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sua madre Janet (una strepitosa Anjelica Huston), appassionata di football, infatti non gli perdonerà mai di avergli fatto perdere l’unico campionato vinto dalla sua squadra del cuore, i Buffalo. Billy sentirà il peso di questa colpa per anni, solo quando rinuncerà a pretendere dai genitori l’affetto che non sanno dargli e a cercarlo altrove riprenderà le redini della sua vita.
E’ lo stesso nevrotico Billy a raccontarci la sua storia, ripescando nel suo personale album dei ricordi i fatti che ne hanno determinato il corso: l’indifferenza materna, la durezza del padre, la separazione forzata dal suo unico amico, il cagnolino Bingo, le ripetute umiliazioni, i falliti tentativi di riscatto, gli anni di prigione a causa di un’avventata scommessa..

La macchina da presa segue, inquadrandolo dall’alto, un giovane dagli occhi di ghiaccio, dai capelli lunghi, spettinati: la barba di tre giorni forma sul suo viso un fitto mosaico di puntini neri, che si arrampica sulle sue guance quasi fino a ricoprirgli gli zigomi. Con le mani nelle tasche, il bavero alzato e un fumo denso che gli esce dalla bocca, il giovane Billy Brown (uno stralunato, impulsivo e malinconico Vincent Gallo) ritorna a vivere, dopo cinque anni passati in gattabuia. Cinque, lunghissimi anni, durante i quali ha meditato vendetta, ogni giorno, chiuso nell’intimità obbligata delle quattro mura della sua cella.
Vendetta. Odio. Freddezza. Ostilità verso il mondo intero. Questo è quello che Billy ha coltivato in galera, durante questi anni. Ora è fuori, ed il suo unico desiderio è ammazzare Scott Wood, il campione dei Buffalo. Ha sbagliato il tiro decisivo, tirandolo alle stelle. E il mondo di Billy è crollato come un castello di carte malfermo. Vuole ucciderlo e poi uccidersi..
Buffalo ‘66 è un film che racconta il disagio esistenziale con la leggerezza di una fiaba e, pur sdrammatizzandolo attraverso l’ironia, ne coglie alla perfezione il dolore.
Se la potenza emotiva di Buffalo ‘66 nasce probabilmente dai riferimenti autobiografici che Gallo inserisce nel film, le innovative scelte registiche mostrano invece la naturale predisposizione dell’autore alla regia e all’invenzione. Fantasioso il montaggio, appropriata la colonna sonora composta dallo stesso Gallo, perfettamente cadenzato il ritmo narrativo in questa commedia amarissima sulla solitudine ineluttabile dell’Uomo.
Solitudine intimissima quella del protagonista Billy, arrogante e presuntuoso ma allo stesso tempo insicuro e vittima degli eventi, che maniacalmente vive una vita senza che nessuno lo sappia: entra ed esce di prigione in assoluto silenzio, e quando si troverà pronto a ricominciare non sarà in grado di relazionarsi col mondo sordo che lo circonda.
Solitudine altrettanto amara quella della docile e convincente Layla (una biondissima e spettacolare Christina Ricci), plasmata sullo schermo a ritmo di un tristissimo e malinconico tip-tap.
Dall’incontro casuale dei due, parte la storia vera e propria.. una disperata Richiesta d’Amore da parte dei due protagonisti e le loro alienanti solitudini, che procede (magari prevedibilmente) con la riluttante attrazione di Billy per Layla che infine lo distoglierà dall’idea della sua paradossale vendetta.

Una trama semplice che ci regala però scene e personaggi indimenticabili: i surreali genitori di Billy, il sempre monumentale Ben Gazzara, ex cantante di seconda categoria ossessionato dalla paura che il figlio voglia ucciderlo, e la pazza Anjelica Huston, la più grande tifosa dei Buffalo Bills sulla faccia della terra e incapace a volte di ricordarsi di avere un figlio..
Vari i registri utilizzati dal regista e le idee originali e interessanti, dalla staticità di alcune riprese da lontano, all’ottimo e particolare uso del fuori campo, all’efficacia dell’utilizzo dei colori e dei primi piani, all’uso di inquadrature nell’inquadratura, capace di soffermarsi per un minuto intero sul volto della Ricci intenta a seguire i dettami del protagonista, fino alla meravigliosa sequenza a casa di Billy durante la cena con i genitori, nella quale la macchina da presa raccoglie il punto di vista di tutti i commensali, seguendo il perimetro della tavola, in senso orario, e alternando le diverse soggettive dei quattro personaggi seduti ai quattro lati del tavolo. Splendida anche la sequenza nel bowling, con il balletto della bella Christina Ricci e gli impliciti rimandi a “Il grande Lebowskiâ€. Azzeccati anche gli inserti pseudo-musical, con Gazzara nella parte di un Sinatra in canottiera e calzoncini; l’uso dello split-screen al posto dei flashback; ricorso a una pellicola Kodak invertibile per ottenere una fotografia irrealistica, molto saturata nei colori e nei contrasti.
Tutto incentrato sulla autocompiaciuta figura di Gallo, il film si muove con disinvoltura su un lungo binario fatto di tristezza, malinconia e ricordi amari di un passato che, nella volontà di Gallo, non poteva restare insabbiato. Sullo schermo, metaforicamente, c’è la sua vita, il suo bisogno di essere considerato, la sua voglia di manifestare il proprio valore, tutto l’odio e il rancore nei confronti dei genitori.
Film forse debitore, oltre ai sopracitati, anche a certo cinema degli anni ‘70: è possibile trovare qualche punto di contatto con un capolavoro come “Taxi Driver”, e non solo per la scelta della grana della pellicola che influenza fortemente i colori, prevalentemente scuri e poco vivi, ma soprattutto per il tema trattato che è quello dell’impossibilità di comunicare nella società odierna, specie per i diversi, che siano l’insonne De Niro o l’ex carcerato Gallo, privi o quasi di amici e insicuri col sesso opposto: esplicita la scena del pianto disperato di Billy nel bagno del bar, un solo istante in cento minuti di proiezione in cui la tragicità da latente diventa esplicita, scopre le carte.

Angoscioso, malinconico, ironico, sofisticato, esagerato e surreale, estremamente intimo e realistico. “Buffalo 66†è un ottimo esempio di cinema, fatto con pochi mezzi, ma dagli splendidi risultati.
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