Archive for the 'Super8' Category
.Repulsion.
La macchina da presa di Polanski mi rinchiude di nuovo fra quattro mura..
Entro nelle stanze, striscio all’altezza dei pavimenti, scivolo lungo le pareti alla ricerca dei segni della nevrosi..

Secondo lungometraggio del regista dopo “Il Coltello dell’acqua”, Repulsion viene considerato dalla stampa inglese uno dei migliori film britannici degli anni sessanta, e il primo thriller/horror di classe.
Repulsion è la storia di una nevrosi: Polanski prende il clima ipnotico di “Psycho” di Hitchcock e ne fa uno studio sulla pazzia progressiva del suo personaggio principale: la biondissima Carole, interpretata splendidamente da Catherine Denevue, che si rinchiude in un appartamento di un quartiere di Londra, distaccandosi lentamente dalla realtĂ esteriore per penetrare sempre piĂą in quella della mente.
Poche le scene girate all’aperto, che non fanno altro che sottolineare magistralmente il senso di distacco, d’isolamento, di alienazione della protagonista.
La brezza di londra accarezza i lunghi capelli di una Deneuve che cammina assente, come in stato catatonico, nella quotidianeitĂ della cittĂ . Dal centro estetico dove lavora alla casa dove impazzisce. I suoni e le immagini della strada, messi di fianco allo sguardo smorto di Carole, risultano tutt’altro che familiari, e infatti ci riportano subito all’universo rinchiuso dell’appartamento.
Carole è timiddissima, introversa, quasi autistica, sessualmente repressa, al punto di provare un odio viscerale per gli uomini. Condivide l’appartamento con la sorella che è tutto il contrario di lei: espansiva, estroversa e piuttosto libertina. I declino comincia quando quest’ultima decide di partire per un viaggio con il suo amante sposato, lasciando Carole da sola in casa. Da qui inizia la lenta e progressiva disintegrazione della sua fragile mente.

Passa le ore ad osservare le crepe sui muri e per la strada, che non sono altro che i simboli della frammentazione psicotica del suo Io, in una deriva schizofrenica, inizia a confondere la realtà con l’immaginazione, si chiude sempre più in sé stessa. Trancia un dito a una cliente del centro estetico dove lavora, e la visione del sangue che scorre la sconvlge del tutto.
Non esce piĂą di casa, si rintana come se il mondo le fosse ostile, come un animale braccato. Alterna stati di catatonia a stati di allucinazione. Un coniglio spellato che marcisce in salotto fa pensare ad un feto morto che scandisce il passare del tempo e riflette la propria decomposizione mentale. Nella sua camera da letto entrano stupratori immaginari, arrivati direttamente da un trauma infantile subito accennato ma mai rivelato fino in fondo.

Dal corridoio della sua casa delle mani viscose la afferrano, il telefono squilla incessantemente finchè lei non ne taglia il filo, eliminando così l’ultimo contatto con la realtà . Anche la sua mania per l’ordine e la pulizia vengono a meno, trasformando la casa in un luogo insalubre e malsano, che riflette alla perfezione il suo stato mentale.

Al di lĂ delle speculazioni psicanalitiche, di certo abbiamo il lavoro tecnico di Polanski e del direttore alla fotografia Gilbert Taylor, i quali, fondendo realtĂ e allucinazioni, aumentano esponenzialmente il senso di paranoia e psicosi trame l’uso di lunghi silenzi, di immagini distorte e del grandangolo in modo da interpretare visivamente il disagio di Carole. L’appartamento in cui tutto si svolge assume, grazie al lavoro tecnico, la forma della coscienza della ragazza.
Ottimo l’uso degli effetti sonori alienanti e ripetitivi che spesso si vanno a sostituire ai dialoghi: l’eliminazione del sonoro in certe scene e la sovrapposizione dell’incessante ticchettio dell’orologio, le campane del convento vicino, il campanello della porta, lo squillare del telefono risuonano con tale violenza aumentare grandemente lo stato di disagio nello spettatore.
Un thriller psicologico unico, abilissimo nel mettere in luce la progressione della follia e della paranoia verso le sue estreme conseguenze.
La mente di Carole infatti si disintegra sotto i nostri occhi fino a quando la pazzia la consuma al punto da trasformarla in un guscio vuoto, in una bellissima bambola inerte.
L’appartamento di Repulsion è la strapolazione fisica della mente di Carole.
Nello spazio chiuso dell’appartamento, dalle pareti sottili e mutanti, Polanski ha messo in scena il confronto angoscioso dell’io con l’altro da sè: il sesso, il male, il doppio.
L’ambiente è il protagonista, si fonde con l’individuo come in tutto il cinema vero, e ci risucchia letteralmente fino a lasciarci ormai svuotati, come Carole, alla fine, quasi senza vita..
7 commentsBuffalo ‘66
Dopo dieci anni dalla sua uscita nelle sale, l’altra sera ho finalmente guardato un film che all’epoca mi era inspiegabilmente sfuggito e che ho però subito amato.
Scritto, sceneggiato, diretto e recitato da un eclettico Vincent Gallo, all’esordio alla regia, mescolando giuste dosi di rabbia e ironia, Buffalo ‘66 si trova a metĂ strada tra il “Pulp Fiction” di Tarantino e il “Grande Lebowski” dei fratelli Coen.
Questa storia ha inizio il 29.12.1966 a Buffalo (New York), sede della squadra di football piĂą sbeffeggiata degli Stati Uniti giorno in cui viene alla luce Billy Brown, un bambino nato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sua madre Janet (una strepitosa Anjelica Huston), appassionata di football, infatti non gli perdonerĂ mai di avergli fatto perdere l’unico campionato vinto dalla sua squadra del cuore, i Buffalo. Billy sentirĂ il peso di questa colpa per anni, solo quando rinuncerĂ a pretendere dai genitori l’affetto che non sanno dargli e a cercarlo altrove riprenderĂ le redini della sua vita.
E’ lo stesso nevrotico Billy a raccontarci la sua storia, ripescando nel suo personale album dei ricordi i fatti che ne hanno determinato il corso: l’indifferenza materna, la durezza del padre, la separazione forzata dal suo unico amico, il cagnolino Bingo, le ripetute umiliazioni, i falliti tentativi di riscatto, gli anni di prigione a causa di un’avventata scommessa..

La macchina da presa segue, inquadrandolo dall’alto, un giovane dagli occhi di ghiaccio, dai capelli lunghi, spettinati: la barba di tre giorni forma sul suo viso un fitto mosaico di puntini neri, che si arrampica sulle sue guance quasi fino a ricoprirgli gli zigomi. Con le mani nelle tasche, il bavero alzato e un fumo denso che gli esce dalla bocca, il giovane Billy Brown (uno stralunato, impulsivo e malinconico Vincent Gallo) ritorna a vivere, dopo cinque anni passati in gattabuia. Cinque, lunghissimi anni, durante i quali ha meditato vendetta, ogni giorno, chiuso nell’intimità obbligata delle quattro mura della sua cella.
Vendetta. Odio. Freddezza. Ostilità verso il mondo intero. Questo è quello che Billy ha coltivato in galera, durante questi anni. Ora è fuori, ed il suo unico desiderio è ammazzare Scott Wood, il campione dei Buffalo. Ha sbagliato il tiro decisivo, tirandolo alle stelle. E il mondo di Billy è crollato come un castello di carte malfermo. Vuole ucciderlo e poi uccidersi..
Buffalo ‘66 è un film che racconta il disagio esistenziale con la leggerezza di una fiaba e, pur sdrammatizzandolo attraverso l’ironia, ne coglie alla perfezione il dolore.
Se la potenza emotiva di Buffalo ‘66 nasce probabilmente dai riferimenti autobiografici che Gallo inserisce nel film, le innovative scelte registiche mostrano invece la naturale predisposizione dell’autore alla regia e all’invenzione. Fantasioso il montaggio, appropriata la colonna sonora composta dallo stesso Gallo, perfettamente cadenzato il ritmo narrativo in questa commedia amarissima sulla solitudine ineluttabile dell’Uomo.
Solitudine intimissima quella del protagonista Billy, arrogante e presuntuoso ma allo stesso tempo insicuro e vittima degli eventi, che maniacalmente vive una vita senza che nessuno lo sappia: entra ed esce di prigione in assoluto silenzio, e quando si troverĂ pronto a ricominciare non sarĂ in grado di relazionarsi col mondo sordo che lo circonda.
Solitudine altrettanto amara quella della docile e convincente Layla (una biondissima e spettacolare Christina Ricci), plasmata sullo schermo a ritmo di un tristissimo e malinconico tip-tap.
Dall’incontro casuale dei due, parte la storia vera e propria.. una disperata Richiesta d’Amore da parte dei due protagonisti e le loro alienanti solitudini, che procede (magari prevedibilmente) con la riluttante attrazione di Billy per Layla che infine lo distoglierĂ dall’idea della sua paradossale vendetta.

Una trama semplice che ci regala però scene e personaggi indimenticabili: i surreali genitori di Billy, il sempre monumentale Ben Gazzara, ex cantante di seconda categoria ossessionato dalla paura che il figlio voglia ucciderlo, e la pazza Anjelica Huston, la più grande tifosa dei Buffalo Bills sulla faccia della terra e incapace a volte di ricordarsi di avere un figlio..
Vari i registri utilizzati dal regista e le idee originali e interessanti, dalla staticitĂ di alcune riprese da lontano, all’ottimo e particolare uso del fuori campo, all’efficacia dell’utilizzo dei colori e dei primi piani, all’uso di inquadrature nell’inquadratura, capace di soffermarsi per un minuto intero sul volto della Ricci intenta a seguire i dettami del protagonista, fino alla meravigliosa sequenza a casa di Billy durante la cena con i genitori, nella quale la macchina da presa raccoglie il punto di vista di tutti i commensali, seguendo il perimetro della tavola, in senso orario, e alternando le diverse soggettive dei quattro personaggi seduti ai quattro lati del tavolo. Splendida anche la sequenza nel bowling, con il balletto della bella Christina Ricci e gli impliciti rimandi a “Il grande Lebowski”. Azzeccati anche gli inserti pseudo-musical, con Gazzara nella parte di un Sinatra in canottiera e calzoncini; l’uso dello split-screen al posto dei flashback; ricorso a una pellicola Kodak invertibile per ottenere una fotografia irrealistica, molto saturata nei colori e nei contrasti.
Tutto incentrato sulla autocompiaciuta figura di Gallo, il film si muove con disinvoltura su un lungo binario fatto di tristezza, malinconia e ricordi amari di un passato che, nella volontà di Gallo, non poteva restare insabbiato. Sullo schermo, metaforicamente, c’è la sua vita, il suo bisogno di essere considerato, la sua voglia di manifestare il proprio valore, tutto l’odio e il rancore nei confronti dei genitori.
Film forse debitore, oltre ai sopracitati, anche a certo cinema degli anni ‘70: è possibile trovare qualche punto di contatto con un capolavoro come “Taxi Driver”, e non solo per la scelta della grana della pellicola che influenza fortemente i colori, prevalentemente scuri e poco vivi, ma soprattutto per il tema trattato che è quello dell’impossibilitĂ di comunicare nella societĂ odierna, specie per i diversi, che siano l’insonne De Niro o l’ex carcerato Gallo, privi o quasi di amici e insicuri col sesso opposto: esplicita la scena del pianto disperato di Billy nel bagno del bar, un solo istante in cento minuti di proiezione in cui la tragicitĂ da latente diventa esplicita, scopre le carte.

Angoscioso, malinconico, ironico, sofisticato, esagerato e surreale, estremamente intimo e realistico. “Buffalo 66” è un ottimo esempio di cinema, fatto con pochi mezzi, ma dagli splendidi risultati.
5 commentsL’inquilino del terzo piano
Chiudo fuori da camera mia la nebbia fitta che nasconde il mondo che mi circonda, e negli oggetti ordinati della mia stanza, rispecchiandomi in loro, cerco di prendere Coscienza di Me.
Accendo il riproduttore video, mi infilo sotto il piumone e affondo nell’atmosfera kafkiana de “L’Inquilino del Terzo Piano“, proseguendo così col mio ciclo su Polanski.

Nel 1976, dopo undici anni da “Rosemary’s Baby”, che ho rivisto qualche giorno fa e con il quale sarebbe troppo facile trovare una connessione, Roman Polanski tornò nelle sale con “Le Locataire”, ispirato al romanzo “Le Locatarie Chimerique”, di Roland Topor.
“L’inquilino del terzo piano”, insieme a Repulsion (1965) e alla pellicola del ‘68, va a formare la Trilogia degli appartamenti, ovvero quella di un orrore che si nasconde in uno stabile e fra gli inquilini che quello abitano.
Il film racconta la storia di un giovane archivista polacco di nome Trelkosky, interpretato magistralmente dallo stesso Polanski, che si trasferisce in una vetrea Parigi, al terzo piano di un sinistro condominio (abitato da inquietanti inquilini di etĂ avanzata dediti ad origliare e lamentarsi della vita dei loro vicini), in un’appartamento precedentemente abitato da una ragazza di nome Simone Chule, morta suicida gettandosi dalla finestra.
Dall’inizio ci si ritrova nel contesto narrativo come intrusi, come lo stesso Trelkosky, in un ambiente ostile all’accettazione dello straneo. L’atmosfera gotica, la cupa colonna sonora, la scenografia claustrofobica, e la regia estremamente descrittiva avvolge di mistero la pellicola e di angoscia le fruizione delle alienanti vicende durante tutto il film, producendo sensazioni di distorsione della realtĂ [proprio quello di cui avevo bisogno].
Polanski descrive pungentemente l’altro, il diverso, l’estraneo.. il suo malessere e la sua trasformazione per essere accettato. Da quando Trelkosky prende possesso della casa la sua vita comincia lentamente a cambiare. Come in “Rosemary’s Baby”, l’antagonista non è rappresentato da un singolo personaggio, ma da un’intera comunitĂ , che come una segreta societĂ massonica complotta contro Trelkosky, all’ombra della quotidanietĂ .
Il condominio-alveare visto come universo aggregante dal punto di vista fisico, ma disgregante da quello psicologico.

Tutti gli inquilini dello stabile (dalla portiera al padrone di casa) sembrano infatti seguire uno strano iter comune fatto di irrazionali scortesie, assurde lamentele, grottesche vendette. Del resto ci si accorge man mano che anche i propietari del bar accanto allo stabile fanno di tutto per cercare di evocare, riesumare, la vita e le abitudini della ragazza morta suicida per riadattarle alla persona di Trelkosky.
Nella dimensione del film di Polanski ogni soggetto è identificato dalle apparenze e dal modo in cui si conforma alle altrui aspettative, nonché per mezzo degli oggetti che usa: siamo le sigarette che fumiamo, il caffé che beviamo..
L’appartamento al terzo piano, come un personaggio attivo nella storia, sembra vivere di vita propria, o meglio, diviene la Tomba che contiene i resti e gli oggetti di colei che lì aveva vissuto e sembra dettare così le coordinate precise all’inquilino che ci abita per trasformarlo.

L’esoterismo ed il misticismo sono dosati con tocchi virtuosi: un libro, una cartolina fino ad arrivare agli inquietanti geroglifici incisi sulle mura del bagno di fronte la stanza del protagonista. L’esplicito simbolismo di Polanski si fa via via piĂą estremo: dagli inquilini immobili nel bagno ai macabri ritrovamenti nei buchi delle pareti per inboccare progressivamente un tunnel di oscuritĂ e follia fino al totale sdoppiamento di personalitĂ nella suicida Simone Chule.
La separazione fra l’Io e il mondo esterno, che è la normale base dello stato di Coscienza, si presenta alterata e si presenta uno stato di discontinuitĂ del rapporto di realtĂ . Proprio a sublimare quanto detto, il regista ci regala uno splendido ed ebbro monologo sull’appartenenza..
“In quale preciso momento un individuo smette di essere quello che crede di essere?
Mi tagli un braccio, va bene, io dico:
- Me e il mio braccio..
Mi tagli anche l’altro braccio, io dico:
- Me e le due mie braccia..
Togli… togli il mio stomaco, i miei reni, ammettendo che sia possibile, io dico:
- Me e il mio intestino.. intestino..
E ora se mi tagli pure la testa che cosa dici?
- Me… me e la mia testa o me e il mio corpo?

Che diritto ha la mia testa di chiamarsi me? Mmm? Che diritto?”
Pervasa di citazioni e di “tributi” la regia spicca anche per suoi riferimenti, perfettamente azzeccati ed in linea con il resto del film, alla cinematografia hitchkoniana (da “Psycho” a “La Finestra Sul Cortile”) che imbevono la visione di affascinanti profumi noir propri del compianto maestro del brivido.
Un lavoro perfetto, profondamente disturbante, gotico e struggente al tempo stesso, capace di stimolare l’intelletto e la riflessione sull’EsseRe..
2 commentsSooM
Patronato
Questa parola mi riporta in mente ricordi infantili. sbiaditi. quasi sepolti tra le rovine di quel vecchio cinema dove mio nonno proiettava film prima ancora che io fosse al mondo..
Amavo camminare da sola tra le pietre ammuffite immaginando il grande schermo, le poltrone allineate, il nonno cambiare la pellicola..
Anche ieri sera. da sola. ho messo piede nella vecchia sala del patronato per vedere l’ultimo film di Kim Ki-Duk
Si sono spente le luci e io ho assorbito le sue immagini.
come un.. SoFFio

In concorso al 60° Festival di Cannes, Soom inaspettatamente si rivela ai miei occhi come un perfetto esempio di cinema-nel-cinema.
è infatti pieno di rimandi stilistici e narrativi e autocitazioni a tutta la filmografia del regista coreano: mi ritrovo le suggestive inquadrature della cella di Ferro3, l’attore Ha Jung-Woo di Time, la donna martire che vuole espiare i peccati altrui come in Samaria, il mutamento delle stagioni di Primavera, Estate, Autunno, Inverno e ancora Primavera a segnare i cambiamenti, i dialoghi brevi..
Il cinema di Kim Ki Duk non è un cinema di silenzi ma di gemiti soffocati. Un grido tanto disperato ed eccessivo da essere ultrasonico e dunque inudibile.
Essenziale.
Come un giardino Zen che si trasfigura seguendo e riflettendo il costante mutamento dell’universo e quindi anche delle stagioni.
Un giardino rinchiuso in una bolla di vetro.
Un uomo rinchiuso nel braccio della morte.
Una donna misteriosa e bellissima, Yeon, rinchiusa in una casa..
vuota [ancora].
Soffio inizia con l’immagine dell’uomo in attesa di essere condannato a morte che cerca di suicidarsi.
La notizia viene comunicata nei notiziari in tv e cattura l’attenzione di Yeon, che ha appena scoperto di essere tradita dal marito..
I luoghi chiusi dell’appartamento e della prigione hanno la stessa soffocante claustrofobia degli spazi di Ferro 3 e del bar di Time.
Ma come il giardino che muta con le stagioni, così la protagonista Yeon trasforma gli ultimi giorni del condannato a morte, in un subseguirsi di intermittenti ReSPiRi dove ogni stagione [ancora] appare legata a un momento della vita diverso, a un cambiamento.
Nel parlatorio, lei gli recita il proprio affetto, una favola di amore e morte che è una variazione sulle stagioni e il tempo. Nasce un amore che sarĂ certo impossibile, ma all’ autore interessa il teorema: la nascita di un affetto resta misteriosa.

Su tutta la pellicola incombe la falsificazione dell’occhio supremo. Della cinepressa. Il direttore del carcere esattamente come un regista, attraverso un monitor, osserva e decide i tempi e i modi dello svolgimento dell’azione all’interno. E da chi è intepretato quel personaggio? Significativamente dallo stesso Kim Ki-Duk!
Ma al di sopra delle manovre del direttore del carcere, è la televisione che con il suo sguardo freddo, imperioso e onnipotente “soffia” sulle persone riuscendo così a incidere sui destini e a avvicinare vite così lontane.
E infine, dov’è finita la natura, fonte di estrema elegia nelle narrazioni del cineasta se non in formato carta da parati da appendere alle pareti del parlatorio e da bruciare subito dopo?

Niente è autentico.
Tutto è mistificato qui.
Il giardino Zen è finto..
Il doppio finale apparentemente ricompone le unitĂ smarrite.
Ma anche qui mascherato da presunti gesti d’amore, non fa altro che registrare gli egoismi degli individui a cui è stato, per un breve attimo, sottratto il potere sull’oggetto del desiderio nel quale si vedevano riflessi..
SarĂ difficile dimenticare l’intensitĂ di un amore che trasforma quattro mura con una carta da parati destinata a resistere solo pochi minuti..
Mentre tornavo a casa attraversando sola le stradine vuote del centro, desideravo disperatamente la NeVe su di me, che come nella fine del film, coprisse ogni cosa, illudendomi che anche dentro, nel profondo delle cose, e di me.. tutto fosse puro, come può sembrare nella superficie..
[La sua è l’arte mirabile di dipingere il vuoto.
Kim non fa cinema, è il cinema.]
Ferro3.La Casa Vuota
Ieri ho visto un film…
è difficile dirlo, forse ho solo sognato di averlo visto seduta su una poltrona davanti a uno schemo vuoto in una sala buia..
Una rete: al di lĂ , una decadente statua di gusto neoclassico.
Una violenza invisibile increspa la rete senza sfiorare la calma serena della figura..
Una mazza da golf colpisce la pallina che colpisce a sua volta la rete
così come le immagini intense ti colpiscono ripetutamente le pupille ancora e ancora.. inizia così il nuovo film di Kim Ki-duk, la misteriosa proiezione a sorpresa del Festival di Venezia.

Tae-suk (Lee Seung-yun) è un giovane che gira in moto di quartiere in quartiere per affiggere volantini sulle serrature delle porte delle case.
La sera, torna sul posto e controllando i volantini rimasti intatti verifica quali di quelle case sono -al momento- vuote. Dopo aver scassinato la serratura, si installa nell’abitazione. Tra gli oggetti degli altri ci vive.
Un giorno Tae-suk entra in una casa che in realtà non è vuota.
dentro, in una stanza, c’è una donna che piange.
Sun-hwa, osserva il ragazzo senza dirgli nulla.
Ferro 3 è la mazza da golf meno utilizzata dal giocatore.
Impolverata nell’apposito contenitore testimonia la lontananza da casa dal marito violento.
Quando torna a casa infuriato e aggredisce la moglie, Tae-suk lo mette fuori gioco a colpo di palline da golf.
Senza dire nulla, Sun-hwa decide di andare via insieme all’estraneo, seguendolo nelle sue irruzioni in case vuote..
Kim Ki-duk ama narrare storie di individui che vivono ai margini.
Non è la realtà sociale che gli interessa, ma quella interiore. Non una realtà psicologica, semmai spirituale, o comunque intima, espressa da gesti spesso ripetitivi, ossessivi, come rituali..
É per questo che nei film del regista sudcoreano i personaggi, specie quelli in primo piano, parlano poco o nulla.
Kim potrebbe girare tranquillamente film muti, tanto è concentrato sulle immagini, sul gioco dei movimenti, sulla geografia dei corpi e dei volti.
In questo film in particolare, l’occhio dell’autore è puntato su questo personaggio etereo e surreale di Tae-suk.
Così come il Ferro 3 si usa nel golf soprattutto per effettuare tiri poderosi, specie se controvento, allo stesso modo Tae-suk si ritrova a percorrere la vita controcorrente, e questo attrito fra lui e il mondo risulta in maniera evidente. Egli cerca, forse inconsciamente, un nuovo modo di creare il contatto, rompendo le barriere che esistono tra le persone.
Nella realtĂ di tutti i giorni le persone vivono gomito a gomito, si sfiorano continuamente in mezzo alla folla di giorno, per poi chiudersi in casa di sera, lontane da tutti, come in un rifugio. In tutto questo c’è una perdita immensa di comunicazione, di interesse, di apertura vitale.
La casa è un luogo che separa e segrega, che da sicurezza.
Tae-suk invece non ha – o non fa uso – della propria: va in quelle degli altri. Ma ciò che lo interessa non è la casa in sé: egli interagisce con le foto, con gli oggetti, con i vestiti di queste persone, mangia il loro cibo, dorme nei loro letti, ripara i loro oggetti rotti o mal funzionanti.
Si auto-invita nella vita degli altri, fino a che qualcuno non lo scaraventa fuori.
Tae-suk è un elemento destabilizzante, che crea contatto dove non c’è, che restituisce vita e importanza a ciò che ormai si da per scontato. Comprendiamo a fondo questo personaggio nel momento in cui lo osserviamo con gli occhi curiosi e affascinati di Sun-hwa.
Per tutto il film i due non si scambiano nemmeno una parola, si muovono come mimi, tra di loro basta uno sguardo, un mezzo sorriso per una intesa perfetta..
Un film poetico e di grande spessore. Un miracolo di spazi e di sguardi, che cala l’asso nella potenza dell’antitesi: il luogo fisico della Casa, fulcro esistenziale di una borghesia panciuta e violenta, è finalmente dominato dall’uomo che al turbine delle vacue parole prodotte da una crisi di coppia oppone il rumore del silenzio, semplicemente.
La comprensione tra amanti viene affidata ad un rapporto di complicitĂ restituito attraverso particolari e docili minuzie, in un crescendo filmico presto emozionante; il timido sfiorarsi dei piedi è il simbolo di una cinepresa ostinatamente platonica, l’accoppiamento fisico è regalato all’intuizione come se fosse anch’esso invisibile.
In questo conatus verso il sentimento, da parte di uno spettro forse sfinito dalla solitudine, il regista solo apparentemente rinuncia alle suggestioni predilette; la sua cosmologia della violenza è sotterranea ma egualmente presente, rarefatta ma chiaramente ineludibile. Esplode un cinema tremendo, che esaltando appieno la scelta silenziosa del protagonista ammazza ogni possibile commento.
Ferro3 è una di quelle pellicole che una volta vista ti lascia quella sensazione di aver assistito ad un piccolo prodigio che solo il cinema sa realizzare..
Con dolce ironia ed impeccabile eleganza la pellicola approda all’ultima sequenza, proposta velocemente, da cogliere al volo, proprio come una piuma - allegoria della leggerezza - sospinta da un soffio di vento, dove i protagonisti suggellano il loro rapporto in un abbraccio nel quale sublimano il loro amore come pura essenza priva di peso e quindi di gravità .

Ormai, solo Sun-hwa riesce a vedere Tae-suk perchè solo da Sun-hwa il ragazzo vuol esser visto: ha imparato ad essere invisibile a tutto il resto del mondo violento e rumoroso..
Silenzio ma dialogo dei sensi, un bacio fantasma che appiana i lividi del vivere..
[Siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno
che apra la porta e ci renda liberi.
Un giorno il mio desiderio si avvera.
Un uomo arriva come un fantasma
e mi libera dalla mia prigionia.
E io lo seguo, senza dubbi, senza riserve..
Finché incontro il mio nuovo destino
Non è dato di sapere se il mondo in cui viviamo
è sogno o realtà ..
Kim Ki-duk. il regista]