Dec 12
L’inquilino del terzo piano
Chiudo fuori da camera mia la nebbia fitta che nasconde il mondo che mi circonda, e negli oggetti ordinati della mia stanza, rispecchiandomi in loro, cerco di prendere Coscienza di Me.
Accendo il riproduttore video, mi infilo sotto il piumone e affondo nell’atmosfera kafkiana de “L’Inquilino del Terzo Piano“, proseguendo così col mio ciclo su Polanski.

Nel 1976, dopo undici anni da “Rosemary’s Baby”, che ho rivisto qualche giorno fa e con il quale sarebbe troppo facile trovare una connessione, Roman Polanski tornò nelle sale con “Le Locataire”, ispirato al romanzo “Le Locatarie Chimerique”, di Roland Topor.
“L’inquilino del terzo piano”, insieme a Repulsion (1965) e alla pellicola del ‘68, va a formare la Trilogia degli appartamenti, ovvero quella di un orrore che si nasconde in uno stabile e fra gli inquilini che quello abitano.
Il film racconta la storia di un giovane archivista polacco di nome Trelkosky, interpretato magistralmente dallo stesso Polanski, che si trasferisce in una vetrea Parigi, al terzo piano di un sinistro condominio (abitato da inquietanti inquilini di età avanzata dediti ad origliare e lamentarsi della vita dei loro vicini), in un’appartamento precedentemente abitato da una ragazza di nome Simone Chule, morta suicida gettandosi dalla finestra.
Dall’inizio ci si ritrova nel contesto narrativo come intrusi, come lo stesso Trelkosky, in un ambiente ostile all’accettazione dello straneo. L’atmosfera gotica, la cupa colonna sonora, la scenografia claustrofobica, e la regia estremamente descrittiva avvolge di mistero la pellicola e di angoscia le fruizione delle alienanti vicende durante tutto il film, producendo sensazioni di distorsione della realtà [proprio quello di cui avevo bisogno].
Polanski descrive pungentemente l’altro, il diverso, l’estraneo.. il suo malessere e la sua trasformazione per essere accettato. Da quando Trelkosky prende possesso della casa la sua vita comincia lentamente a cambiare. Come in “Rosemary’s Baby”, l’antagonista non è rappresentato da un singolo personaggio, ma da un’intera comunità , che come una segreta società massonica complotta contro Trelkosky, all’ombra della quotidanietà .
Il condominio-alveare visto come universo aggregante dal punto di vista fisico, ma disgregante da quello psicologico.

Tutti gli inquilini dello stabile (dalla portiera al padrone di casa) sembrano infatti seguire uno strano iter comune fatto di irrazionali scortesie, assurde lamentele, grottesche vendette. Del resto ci si accorge man mano che anche i propietari del bar accanto allo stabile fanno di tutto per cercare di evocare, riesumare, la vita e le abitudini della ragazza morta suicida per riadattarle alla persona di Trelkosky.
Nella dimensione del film di Polanski ogni soggetto è identificato dalle apparenze e dal modo in cui si conforma alle altrui aspettative, nonché per mezzo degli oggetti che usa: siamo le sigarette che fumiamo, il caffé che beviamo..
L’appartamento al terzo piano, come un personaggio attivo nella storia, sembra vivere di vita propria, o meglio, diviene la Tomba che contiene i resti e gli oggetti di colei che lì aveva vissuto e sembra dettare così le coordinate precise all’inquilino che ci abita per trasformarlo.

L’esoterismo ed il misticismo sono dosati con tocchi virtuosi: un libro, una cartolina fino ad arrivare agli inquietanti geroglifici incisi sulle mura del bagno di fronte la stanza del protagonista. L’esplicito simbolismo di Polanski si fa via via più estremo: dagli inquilini immobili nel bagno ai macabri ritrovamenti nei buchi delle pareti per inboccare progressivamente un tunnel di oscurità e follia fino al totale sdoppiamento di personalità nella suicida Simone Chule.
La separazione fra l’Io e il mondo esterno, che è la normale base dello stato di Coscienza, si presenta alterata e si presenta uno stato di discontinuità del rapporto di realtà . Proprio a sublimare quanto detto, il regista ci regala uno splendido ed ebbro monologo sull’appartenenza..
“In quale preciso momento un individuo smette di essere quello che crede di essere?
Mi tagli un braccio, va bene, io dico:
- Me e il mio braccio..
Mi tagli anche l’altro braccio, io dico:
- Me e le due mie braccia..
Togli… togli il mio stomaco, i miei reni, ammettendo che sia possibile, io dico:
- Me e il mio intestino.. intestino..
E ora se mi tagli pure la testa che cosa dici?
- Me… me e la mia testa o me e il mio corpo?

Che diritto ha la mia testa di chiamarsi me? Mmm? Che diritto?”
Pervasa di citazioni e di “tributi” la regia spicca anche per suoi riferimenti, perfettamente azzeccati ed in linea con il resto del film, alla cinematografia hitchkoniana (da “Psycho” a “La Finestra Sul Cortile”) che imbevono la visione di affascinanti profumi noir propri del compianto maestro del brivido.
Un lavoro perfetto, profondamente disturbante, gotico e struggente al tempo stesso, capace di stimolare l’intelletto e la riflessione sull’EsseRe..
Dovresti farmi un corso dei film di polanski!!
Questo film è spettacolare, non sapevo che facesse parte di una trilogia sugli appartamenti…..mi attiverò per vedere gli altri due. Intanto complimenti per la recensione….rispecchia fedelmente “l’ansia” che trasmette il film. Ciao