SooM
Patronato
Questa parola mi riporta in mente ricordi infantili. sbiaditi. quasi sepolti tra le rovine di quel vecchio cinema dove mio nonno proiettava film prima ancora che io fosse al mondo..
Amavo camminare da sola tra le pietre ammuffite immaginando il grande schermo, le poltrone allineate, il nonno cambiare la pellicola..
Anche ieri sera. da sola. ho messo piede nella vecchia sala del patronato per vedere l’ultimo film di Kim Ki-Duk
Si sono spente le luci e io ho assorbito le sue immagini.
come un.. SoFFio

In concorso al 60° Festival di Cannes, Soom inaspettatamente si rivela ai miei occhi come un perfetto esempio di cinema-nel-cinema.
è infatti pieno di rimandi stilistici e narrativi e autocitazioni a tutta la filmografia del regista coreano: mi ritrovo le suggestive inquadrature della cella di Ferro3, l’attore Ha Jung-Woo di Time, la donna martire che vuole espiare i peccati altrui come in Samaria, il mutamento delle stagioni di Primavera, Estate, Autunno, Inverno e ancora Primavera a segnare i cambiamenti, i dialoghi brevi..
Il cinema di Kim Ki Duk non è un cinema di silenzi ma di gemiti soffocati. Un grido tanto disperato ed eccessivo da essere ultrasonico e dunque inudibile.
Essenziale.
Come un giardino Zen che si trasfigura seguendo e riflettendo il costante mutamento dell’universo e quindi anche delle stagioni.
Un giardino rinchiuso in una bolla di vetro.
Un uomo rinchiuso nel braccio della morte.
Una donna misteriosa e bellissima, Yeon, rinchiusa in una casa..
vuota [ancora].
Soffio inizia con l’immagine dell’uomo in attesa di essere condannato a morte che cerca di suicidarsi.
La notizia viene comunicata nei notiziari in tv e cattura l’attenzione di Yeon, che ha appena scoperto di essere tradita dal marito..
I luoghi chiusi dell’appartamento e della prigione hanno la stessa soffocante claustrofobia degli spazi di Ferro 3 e del bar di Time.
Ma come il giardino che muta con le stagioni, così la protagonista Yeon trasforma gli ultimi giorni del condannato a morte, in un subseguirsi di intermittenti ReSPiRi dove ogni stagione [ancora] appare legata a un momento della vita diverso, a un cambiamento.
Nel parlatorio, lei gli recita il proprio affetto, una favola di amore e morte che è una variazione sulle stagioni e il tempo. Nasce un amore che sarà certo impossibile, ma all’ autore interessa il teorema: la nascita di un affetto resta misteriosa.

Su tutta la pellicola incombe la falsificazione dell’occhio supremo. Della cinepressa. Il direttore del carcere esattamente come un regista, attraverso un monitor, osserva e decide i tempi e i modi dello svolgimento dell’azione all’interno. E da chi è intepretato quel personaggio? Significativamente dallo stesso Kim Ki-Duk!
Ma al di sopra delle manovre del direttore del carcere, è la televisione che con il suo sguardo freddo, imperioso e onnipotente “soffia” sulle persone riuscendo così a incidere sui destini e a avvicinare vite così lontane.
E infine, dov’è finita la natura, fonte di estrema elegia nelle narrazioni del cineasta se non in formato carta da parati da appendere alle pareti del parlatorio e da bruciare subito dopo?

Niente è autentico.
Tutto è mistificato qui.
Il giardino Zen è finto..
Il doppio finale apparentemente ricompone le unità smarrite.
Ma anche qui mascherato da presunti gesti d’amore, non fa altro che registrare gli egoismi degli individui a cui è stato, per un breve attimo, sottratto il potere sull’oggetto del desiderio nel quale si vedevano riflessi..
Sarà difficile dimenticare l’intensità di un amore che trasforma quattro mura con una carta da parati destinata a resistere solo pochi minuti..
Mentre tornavo a casa attraversando sola le stradine vuote del centro, desideravo disperatamente la NeVe su di me, che come nella fine del film, coprisse ogni cosa, illudendomi che anche dentro, nel profondo delle cose, e di me.. tutto fosse puro, come può sembrare nella superficie..
[La sua è l’arte mirabile di dipingere il vuoto.
Kim non fa cinema, è il cinema.]