Ferro3.La Casa Vuota
Ieri ho visto un film…
è difficile dirlo, forse ho solo sognato di averlo visto seduta su una poltrona davanti a uno schemo vuoto in una sala buia..
Una rete: al di là , una decadente statua di gusto neoclassico.
Una violenza invisibile increspa la rete senza sfiorare la calma serena della figura..
Una mazza da golf colpisce la pallina che colpisce a sua volta la rete
così come le immagini intense ti colpiscono ripetutamente le pupille ancora e ancora.. inizia così il nuovo film di Kim Ki-duk, la misteriosa proiezione a sorpresa del Festival di Venezia.

Tae-suk (Lee Seung-yun) è un giovane che gira in moto di quartiere in quartiere per affiggere volantini sulle serrature delle porte delle case.
La sera, torna sul posto e controllando i volantini rimasti intatti verifica quali di quelle case sono -al momento- vuote. Dopo aver scassinato la serratura, si installa nell’abitazione. Tra gli oggetti degli altri ci vive.
Un giorno Tae-suk entra in una casa che in realtà non è vuota.
dentro, in una stanza, c’è una donna che piange.
Sun-hwa, osserva il ragazzo senza dirgli nulla.
Ferro 3 è la mazza da golf meno utilizzata dal giocatore.
Impolverata nell’apposito contenitore testimonia la lontananza da casa dal marito violento.
Quando torna a casa infuriato e aggredisce la moglie, Tae-suk lo mette fuori gioco a colpo di palline da golf.
Senza dire nulla, Sun-hwa decide di andare via insieme all’estraneo, seguendolo nelle sue irruzioni in case vuote..
Kim Ki-duk ama narrare storie di individui che vivono ai margini.
Non è la realtà sociale che gli interessa, ma quella interiore. Non una realtà psicologica, semmai spirituale, o comunque intima, espressa da gesti spesso ripetitivi, ossessivi, come rituali..
É per questo che nei film del regista sudcoreano i personaggi, specie quelli in primo piano, parlano poco o nulla.
Kim potrebbe girare tranquillamente film muti, tanto è concentrato sulle immagini, sul gioco dei movimenti, sulla geografia dei corpi e dei volti.
In questo film in particolare, l’occhio dell’autore è puntato su questo personaggio etereo e surreale di Tae-suk.
Così come il Ferro 3 si usa nel golf soprattutto per effettuare tiri poderosi, specie se controvento, allo stesso modo Tae-suk si ritrova a percorrere la vita controcorrente, e questo attrito fra lui e il mondo risulta in maniera evidente. Egli cerca, forse inconsciamente, un nuovo modo di creare il contatto, rompendo le barriere che esistono tra le persone.
Nella realtà di tutti i giorni le persone vivono gomito a gomito, si sfiorano continuamente in mezzo alla folla di giorno, per poi chiudersi in casa di sera, lontane da tutti, come in un rifugio. In tutto questo c’è una perdita immensa di comunicazione, di interesse, di apertura vitale.
La casa è un luogo che separa e segrega, che da sicurezza.
Tae-suk invece non ha – o non fa uso – della propria: va in quelle degli altri. Ma ciò che lo interessa non è la casa in sé: egli interagisce con le foto, con gli oggetti, con i vestiti di queste persone, mangia il loro cibo, dorme nei loro letti, ripara i loro oggetti rotti o mal funzionanti.
Si auto-invita nella vita degli altri, fino a che qualcuno non lo scaraventa fuori.
Tae-suk è un elemento destabilizzante, che crea contatto dove non c’è, che restituisce vita e importanza a ciò che ormai si da per scontato. Comprendiamo a fondo questo personaggio nel momento in cui lo osserviamo con gli occhi curiosi e affascinati di Sun-hwa.
Per tutto il film i due non si scambiano nemmeno una parola, si muovono come mimi, tra di loro basta uno sguardo, un mezzo sorriso per una intesa perfetta..
Un film poetico e di grande spessore. Un miracolo di spazi e di sguardi, che cala l’asso nella potenza dell’antitesi: il luogo fisico della Casa, fulcro esistenziale di una borghesia panciuta e violenta, è finalmente dominato dall’uomo che al turbine delle vacue parole prodotte da una crisi di coppia oppone il rumore del silenzio, semplicemente.
La comprensione tra amanti viene affidata ad un rapporto di complicità restituito attraverso particolari e docili minuzie, in un crescendo filmico presto emozionante; il timido sfiorarsi dei piedi è il simbolo di una cinepresa ostinatamente platonica, l’accoppiamento fisico è regalato all’intuizione come se fosse anch’esso invisibile.
In questo conatus verso il sentimento, da parte di uno spettro forse sfinito dalla solitudine, il regista solo apparentemente rinuncia alle suggestioni predilette; la sua cosmologia della violenza è sotterranea ma egualmente presente, rarefatta ma chiaramente ineludibile. Esplode un cinema tremendo, che esaltando appieno la scelta silenziosa del protagonista ammazza ogni possibile commento.
Ferro3 è una di quelle pellicole che una volta vista ti lascia quella sensazione di aver assistito ad un piccolo prodigio che solo il cinema sa realizzare..
Con dolce ironia ed impeccabile eleganza la pellicola approda all’ultima sequenza, proposta velocemente, da cogliere al volo, proprio come una piuma - allegoria della leggerezza - sospinta da un soffio di vento, dove i protagonisti suggellano il loro rapporto in un abbraccio nel quale sublimano il loro amore come pura essenza priva di peso e quindi di gravità .

Ormai, solo Sun-hwa riesce a vedere Tae-suk perchè solo da Sun-hwa il ragazzo vuol esser visto: ha imparato ad essere invisibile a tutto il resto del mondo violento e rumoroso..
Silenzio ma dialogo dei sensi, un bacio fantasma che appiana i lividi del vivere..
[Siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno
che apra la porta e ci renda liberi.
Un giorno il mio desiderio si avvera.
Un uomo arriva come un fantasma
e mi libera dalla mia prigionia.
E io lo seguo, senza dubbi, senza riserve..
Finché incontro il mio nuovo destino
Non è dato di sapere se il mondo in cui viviamo
è sogno o realtà ..
Kim Ki-duk. il regista]